Le elezioni regionali di fine marzo hanno fatto affiorare un dato politico inequivocabile, che va al di là di una connotazione strettamente locale acquisendo una valenza nazionale significativa: mentre per la sinistra continua il trend involutivo che la vede perdere il suo storico radicamento territoriale, tendenza che si era già affermata prepotentemente alle elezioni amministrative del 2009, il centrodestra, forte di un'alleanza solida con la Lega, non solo dimostra di aver acquisito rappresentanza e capillarità a livello territoriale, ma anche di avere una marcia in più rispetto alle coalizioni governative che campeggiano a livello di altri Paesi europei.
Di fronte ad una crisi mondiale che ha colpito con virulenza molti Paesi, l'unico leader europeo che non è stato punito dalle consultazioni elettorali è Berlusconi: mentre Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e Gordon Brown hanno subìto in modo pesante i venti della crisi, pagando personalmente in termini di consensi la difficoltà o l'incapacità (nel caso di Zapatero) di far fronte a situazioni emergenziali, il premier italiano ha consolidato la consistenza del suo schieramento, dimostrando una volta di più, con l'imprimatur degli elettori, il buon operato del Governo durante gli ultimi due anni.
E così è accaduto che alla Lombardia e al Veneto, roccaforti del centrodestra, si siano aggiunti allo scacchiere azzurro Regioni come Campania, espressione più lampante del malgoverno della sinistra, Lazio, Piemonte e Calabria, oltre alle quattro Province di Imperia, Viterbo, Caserta e l'Aquila. Senza dimenticare i successi ottenuti nel 2008 in Friuli, Sicilia e Abruzzo e nel 2009 in Sardegna. Malgrado gli ultimi mesi siano stati condizionati da una campagna denigratoria e diffamante, volta a insabbiare i temi reali della politica, più di 40 milioni di elettori hanno compiuto una chiara scelta di campo, a testimonianza del fatto che ormai neanche più le truppe mediatiche e giudiziarie riescono a essere utili alla causa della sinistra: esse, semmai, hanno finito per contribuire ad «ingrassare» notevolmente la sacca degli astenuti (che in Italia è tradizionalmente contenuta), che evidentemente si è ampliata a causa delle continue campagne scandalistiche.
La verità è che gli italiani hanno capito che gli attacchi spregiudicati al Governo e a Berlusconi altro non sono che una foglia di fico per occultare una cruda verità, ossia che, parafrasando il titolo di un film, «sotto il vestito del Pd niente». Qualcosa di scomodo, invece, si nasconde sotto «la veste della coalizione di sinistra»: a livello nazionale l'ingombrante Di Pietro, che, visti i risultati elettorali, rivendicherà sempre più peso specifico; a livello locale, invece, oltre alla stretta mortale con l'Idv, abbiamo assistito a tentativi disperati di costruire laboratori politici - ad esempio in Piemonte - che, fondati su un'alleanza opportunista con l'Udc, hanno fallito miseramente; la stessa ricetta del Piemonte è stata adottata anche in Liguria: qui la sinistra, giovandosi del tradizionale consenso della rossa Genova, ha vinto mettendo insieme un'accozzaglia di frammenti disomogenei, addirittura, contrastanti. Basti pensare che l'Udc dovrà governare insieme ai comunisti e agli abortisti. Purtroppo i nodi verranno al pettine, e a pagare l'ingovernabilità di questa Regione, ridotta a livello di una Regione del Sud, saranno i cittadini.
E' paradossale, poi, che la grave crisi in cui versa la sinistra la si riscontri addirittura nelle Regioni dove essa ha vinto: la Puglia, ad esempio, rappresenta la cartina di tornasole della situazione preoccupante in cui versa il principale partito di opposizione; qui non ha vinto il Pd: a imporsi è stato Vendola, un esponente della sinistra massimalista (Sel), formazione non rappresentata in Parlamento. Il problema della mancanza di leader da candidare a livello locale non ha riguardato solo la Puglia, ma anche il Lazio, regione che ha visto l'affermazione di Renata Polverini: la candidata sfidante, la Bonino, non si può certo dire che appartenga alla tradizione vera e propria del centrosinistra. La crisi della sinistra, poi, emerge addirittura in una roccaforte rossa come l'Emilia Romagna, dove essa è riuscita a perdere addirittura 250 mila voti (il 10%). Eppure, alla luce di dati così netti, Bersani non ha nemmeno l'onestà intellettuale di ammettere la sconfitta, una mancanza, questa, che non può che nuocere al suo partito, incapace, evidentemente, di avviare un'autocritica costruttiva che gli consenta di rispondere alle reali aspettative degli elettori.
In una situazione nella quale il Governo appare rinforzato la maggioranza, d'ora innanzi, avrà la possibilità di spingere a tutta velocità sull'acceleratore delle riforme, aprendo dunque una fase nuova e di più lungo respiro: certo, avere un equilibrio favorevole anche a livello della Conferenza Stato-Regioni - l'organismo che, detenendo compiti di consultazione in relazione agli indirizzi di politica generale suscettibili di incidere nelle materie di competenza regionale - può costituire sicuramente un valore aggiunto, anche per dare corpo alla riforma federale e al Piano casa, oltre che per dare un ulteriore spinta all'ammodernamento infrastrutturale del nostro Paese.
I prossimi tre anni, dunque, rappresentano uno spartiacque importante per il Governo: esaurite tutte le scadenze elettorali, amministrative, europee e regionali, sino al 2013 l'Esecutivo si dedicherà anima e corpo a completare il suo programma di governo, che comprende, oltre alla riforma del Fisco e della Giustizia, ad una politica a favore delle imprese e delle posizioni più deboli del mercato del lavoro, anche una riforma ineludibile come quella istituzionale. Un'attenzione particolare, poi, sarà dedicata a rilanciare il Mezzogiorno e a realizzare un giusto equilibrio tra sviluppo del federalismo e consolidamento di un forte potere centrale. Altro che tramonto di Berlusconi, il premier esce da queste consultazioni più forte che ma